Rivoluzioni Industriali


Espressione che designa il passaggio, avvenuto nella gran parte dei paesi occidentali a partire dalla seconda metà del XVIII secolo, da un'economia tradizionale basata principalmente sull'agricoltura a un'economia incentrata sulla produzione automatizzata di beni all'interno di fabbriche di grandi dimensioni. Si parla di rivoluzione perché nel corso di questi secoli la società ha subito mutamenti radicali caratterizzandone in maniera indelebile tutto lo sviluppo seguente. Agli inizi l'industria britannica non ebbe concorrenti. Quando gli altri paesi avviarono il processo di industrializzazione dovettero confrontarsi con il vantaggio della Gran Bretagna, ma poterono anche mettere a frutto la sua esperienza. L'intervento dello stato per promuovere l'industrializzazione fu praticamente nullo nel caso britannico, ma fu invece considerevole in Germania, Russia, Giappone e in quasi tutti gli altri paesi industrializzatisi nel XX secolo. Negli ultimi trent'anni del secolo XIX il sistema dell'economia capitalistica subì una serie di trasformazioni di tale profondità e di tale portata da giustificare, in riferimento a questo periodo, l'uso del termine seconda rivoluzione industriale. Si modificarono le tecniche produttive con la nascita di nuove branche dell'industria; cambiarono i rapporti tra i vari settori della produzione e quelli tra i poteri statali e l'economia nel suo insieme; cambiarono anche i rapporti economici internazionali e le gerarchie mondiali della potenza industriale. La seconda rivoluzione industriale era diversa perché "era scientifica in senso molto più stretto; era volta non tanto a migliorare e accrescere i prodotti esistenti, quanto a introdurne di nuovi. Inoltre, più rapidi erano i suoi effetti, più prodigiosi i risultati che determinarono una trasformazione rivoluzionaria nella vita e nelle prospettive dell'uomo". (Barraclough) Uno dei segni più vistosi della nuova stagione fu il declino dei valori della libera concorrenza, che avevano largamente ispirato nel ventennio precedente le teorie degli economisti e le scelte dei governanti. Le nuove dimensioni assunte da un mercato internazionale dove diventava sempre più difficile farsi largo e l'esigenza di aumentare continuamente gli investimenti spinsero gli imprenditori a cercare nuove soluzioni al di fuori dei canoni liberisti. Nacquero così le grandi consociazioni (holdings) per il controllo finanziario di diverse imprese; i consorzi (cartelli) fra aziende dello stesso settore che si accordavano sulla produzione e sui prezzi; le vere e proprie concentrazioni (trusts) fra imprese prima indipendenti. Fenomeni di questo genere non erano nuovi nella storia del capitalismo industriale, ma ora assunsero dimensioni imponenti, soprattutto negli Stati Uniti e in Germania, fino a determinare in qualche caso un regime di monopolio. Un ruolo decisivo, in questi processi, fu svolto dalle istituzioni finanziarie. Solo le grandi banche potevano assicurare gli imponenti e costanti flussi di denaro necessari alla nascita e alla crescita dei colossi per i quali i profitti, per quanto elevati, non erano sufficienti a ricostituire il capitale di investimento. Fra banche e imprese si venne così a creare uno stretto rapporto di compenetrazione: le imprese dipendevano sempre più dalle banche per il loro sviluppo e le banche legavano in misura crescente le loro fortune a quelle delle imprese. Questo intreccio fra industria e finanza fu definito dagli economisti marxisti col nome di capitalismo finanziario.

Cause ± Opposizioni ± Cambiamenti Effettivi ± Nuove classi sociali



Cause

Dalla seconda metà del 1700 in poi, l'Inghilterra iniziò un processo di sviluppo inarrestabile che coinvolse tutto il popolo. Le cause di questa evoluzione sono riconducibili principalmente a questi fattori:
  • La grande disponibilità di materie prime (in particolare ferro e carbone);
  • L'aumento del capitale e del risparmio;
  • La trasformazione tecnico-scientifica dell'agricoltura;
  • L'intraprendenza della borghesia agricola e commerciale;
  • L'aumento della popolazione e quindi la maggior disponibilità di manodopera.
Le conoscenze tecniche erano cresciute anch'esse ma non basterebbero a giustificare una rivoluzione sociale ed economica di tale portata. Tutto il Paese traeva vantaggio anche dal fatto che, isolato geograficamente dal resto dell'Europa, non era mai stato percorso da eserciti invasori e non aveva subito sul suo territorio i danni di una guerra. Fu merito dell'Inghilterra l'aver saputo sommare le ricchezze con l'intraprendenza per trasformare in modo radicale i sistemi produttivi.

Opposizioni

Rigorosamente contro ad ogni sviluppo industriale si trovavano i grandi latifondisti, prevalentemente nobili, incapaci di compiere il benché minimo investimento. Aristocratici oziosi, vuoti e improduttivi. Sul piano economico si accontentano di sperperare le ricchezze che derivano dalle rendite del lavoro altrui; sul piano intellettuale non dedicano il loro ozio a coltivare studi che servano all'avanzamento della cultura e della scienza; sul piano civile, nella loro vita vacua, tesa al conseguimento del piacere, non cercano di ricoprire cariche e magistrature che siano utili al bene pubblico. In un'espressione il nobile è colui "che da tutti è servito a nullo serve". (Parini)
Ancora, al fianco della nobiltà, notiamo la Chiesa conservatrice che, di fronte ad un progressismo così acceso, teme di perdere la propria influenza su una popolazione che stava subendo sconvolgimenti radicali con la creazione di nuove classi sociali.
Ironicamente, Carducci chiama "Satana" il progresso, in risposta ai reazionari che consideravano ogni modernità come il prodotto del demonio. Le cose rifiutate dai reazionari sono, per Carducci, gli aspetti positivi della vita. "Satana" viene assunto come simbolo delle gioie terrene, delle bellezze naturali, della libertà di pensiero, della ribellione a ogni forma di dogmatismo e dispotismo e del progresso della scienza. Il trionfo del progresso trascende nel simbolo della macchina, della locomotiva. Levare un "Inno a Satana" assumendolo come simbolo del progresso e della gioia vitale era fortemente provocatorio verso le concezioni conservatrici benpensanti e rivela l'atteggiamento battagliero della gioventù di Carducci. "Salute, o Satana, / o ribellione, / o forza vindice / de la ragione!"(Carducci)

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Cambiamenti Effettivi

La rivoluzione industriale cambiò nell'arco di pochi decenni il volto del pianeta. Non solo essa influì su tutti gli altri settori economici, ma determinò profondi cambiamenti politici, sociali, culturali, ecologici. Lo sviluppo dell'industrializzazione fu alla base della nascita e della propagazione di nuove ideologie politiche e di un nuovo modo di concepire la presenza e l'attività dell'uomo sul pianeta. I cambiamenti più importanti avvennero all'interno dell'organizzazione del lavoro. Le piccole imprese si espansero e acquisirono nuove caratteristiche. La produzione si svolgeva all'interno delle fabbriche anziché presso il domicilio dei lavoratori o nei borghi rurali, come avveniva un tempo. Mentre il lavoro diventava sempre più meccanizzato e specializzato, la possibilità di creare imprese, a causa degli altissimi costi degli impianti, passò nelle mani di chi aveva ampie disponibilità di capitale. Tra capitale e lavoro si produsse una separazione netta e videro la luce due nuove figure economiche e sociali: l'operaio, che partecipava all'attività industriale vendendo la sua forza lavoro; il capitalista, proprietario dei mezzi di produzione.

Nuove teorie lavorative vennero ideate, e prima fra tutte troviamo il Taylorismo, dall'industriale americano Frederick Taylor. Il Taylorismo postulava l'organizzazione scientifica del lavoro, al fine di ottenere una maggiore programmazione dell'attività industriale e, quindi, un aumento della produttività. Per raggiungere questo obiettivo era necessario partire, secondo Taylor, da una duplice divisione del lavoro: una divisione verticale, basata sulla separazione tra concettualizzazione ed esecuzione (affidate rispettivamente ai dirigenti e agli operai), e su una divisione orizzontale, fondata sulla frammentazione delle attività e sulla specializzazione dei compiti, fissi ed elementari. Il cronometraggio dei tempi di lavoro e le catene di montaggio si imposero così come alcune delle tecniche alla base della razionalizzazione e dello sfruttamento del sistema industriale. Inoltre, come dirette conseguenze della seconda rivoluzione industriale troviamo l'aumento degli investimenti e del peso politico di alcuni grandi gruppi economici. L'incremento della produzione e l'accentuarsi della competizione avevano indotto i governi degli stati europei, spinti da questi gruppi economici, ad adottare una politica commerciale protezionistica e ad accelerare l'espansione coloniale. L'inasprimento delle relazioni internazionali e le reciproche rivalità tra gli stati hanno contribuito a scatenare la prima guerra mondiale.
L'invenzione più importante, quella che rivoluzionò a fondo la vita economica e sociale dell'Inghilterra prima, dell'Europa e del resto del mondo poi, fu quella della macchina a vapore, in quanto produceva energia costante in ogni luogo, indipendentemente dalla presenza di grandi risorse d'acqua. Le precedenti invenzioni, come la "mule", ne richiedevano una grande quantità. La "mule" era una macchina che univa i vantaggi della "jenny" (tanti fusi contemporaneamente) con quelli della "water frame" (motore idraulico). Il diffondersi della "mule" provocò la fusione di tante piccole industrie in grandi complessi: da allora venne abbandonato il lavoro a domicilio ed ebbero inizio le prime concentrazioni industriali.
Costruita interamente in ferro, la macchina a vapore utilizzava come combustibile il carbone: perciò rese possibile la sostituzione dei materiali di base che da sempre venivano usati (il legno e l'acqua) e diede un forte impulso all'estrazione dei minerali necessari alla sua fabbricazione e al suo funzionamento. La macchina a vapore venne utilizzata soprattutto nell'industria tessile, ma anche in quella mineraria: applicata agli impianti per il pompaggio dell'acqua e per il sollevamento dei minerali, rese più economica l'estrazione del carbone da giacimenti sempre più profondi e venne poi utilizzata per l'attivazione degli altiforni. La produzione aumentò in maniera rilevante e ciò comportò necessariamente un ampliamento della rete di distribuzione e di trasporto: i carri trainati da animali non erano più sufficienti, come non lo era più il trasporto fluviale. Altra conseguenza della rivoluzione industriale fu la nascita di nuove città in vicinanza delle miniere di carbone. Sia nei vecchi centri urbani sia in quelli di recente fondazione, una nuvola di fumo aleggiava senza sosta sulle fabbriche e sulle abitazioni. Wordsworth ci ricorda, nel sonetto "Composed upon westminster bridge", come questa nuvola potesse rovinare e distruggere un paesaggio inebriante. Il carbone assumeva un'importanza sempre maggiore in quanto già da tempo si stava verificando una grave crisi del legno, molto richiesto per le costruzioni di navi e di case, ma anche per fondere il ferro. Ora che le nuove tecnologie esigevano enormi quantità di ferro fuso, il legno si rivelava un combustibile insufficiente, e veniva gradualmente sostituito con il carbon "coke", prodotto dalla distillazione del carbon fossile (materia prima molto abbondante nel sottosuolo inglese).

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Nuove classi sociali

Abbiamo osservato come l'industrializzazione abbia portato alla contrapposizione tra operai/proletari e capitalisti. Le definizioni di queste classi vengono fornite da Engels in una nota all'edizione inglese del Manifesto del 1888. Egli spiega che per "proletariato" si intende la classe dei moderni salariati i quali sono ridotti a vendere la propria forza-lavoro per sopravvivere. Invece i moderni "capitalisti", appartenenti alla borghesia, sono i proprietari dei mezzi di produzione e assuntori di salariati. La peculiarità della classe operaia, nel nuovo contesto storico e sociale, è quella di possedere soltanto forza-lavoro, non più il prodotto finito.
Agli uomini viene tolta la materia prima, gli strumenti per raffinarla ed il prodotto del lavoro. Essi diventano, in questo modo, una merce a tutti gli effetti. Questa situazione porta a ciò che viene definita "alienazione del lavoro". Essa consiste "prima di tutto nel fatto che il lavoro è esterno all'operaio, cioè non appartiene al suo essere, e quindi nel suo lavoro egli non si afferma, ma si nega." (Marx) In queste righe si può notare il forte richiamo ad Hegel nella tappa dell'"Autocoscienza" ("Fenomenologia dello spirito"). La dialettica servo-padrone descritta dal filosofo trova piena conferma nella rivoluzione industriale. Il "padrone", nel nostro caso la borghesia, ha ottenuto successo grazie ai propri sforzi mirati ed efficaci; si è messo in gioco, ha rischiato ed ha vinto. Da questa posizione elevata sfrutto il "servo" , lo fa lavorare per sé e ne sfrutta i risultati. Ma, in questo tipo di rapporto, il padrone diventa dipendente dalla cosa perché disimpara ciò che il servo sa fare. Invece il servo, riconoscendo nel padrone un polo dialettico, si adopera per rovesciare la situazione opprimente.

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